A volte ritornano
Lunedì 01 Febbraio 2010 09:45
Francesco Stefanelli
Un mondo in fiamme. Un mondo di lupi, piranha e carnivori dai denti aguzzi. Un mondo di tuoni che non si tramutano in pioggia. Di guerrieri della notte e di invasori dallo spazio, extraterrestre o limitrofo che sia. E’ il mondo violento e cupo dei Prodigy, tornati ai fasti del 1997 con la classica formazione che allora incise l’acclamato, durissimo, intransigente “The fat of the land” facendo traballare i dancefloor del mondo intero. Beh, “Invaders must die” è altrettanto duro, incazzato, intransigente. E molto più apocalittico. C’è Keith Flint, con la sua crestina gialla e i suoi tatuaggi a tutto corpo, tornato a urlare beffardo e a sputar bile nel microfono. C’è Maxim, l’altro vocalist, col suo toastin’ a rotta di collo. E c’è ovviamente Liam Howlett, il cervello e la spina dorsale dei Prodigy, lo stregone che in studio di registrazione mescola intrugli acidi e pozioni bollenti come d’abitudine. Sono cambiati, i Prodigy, dai tempi di “Breathe”, di “Firestarter” e della scandalosa “Smack my bitch up”? Mica tanto: oggi hanno un’allure orgogliosamente rétro, lo stesso atteggiamento da teppisti insolenti, la voglia di solleticare la rinascita di una rave culture ripiegata su se stessa. Semmai si sono ulteriormente incupiti, incattiviti: colpa dei tempi grami che viviamo, magari anche della disillusione causata dal neolaburismo che proprio dodici anni fa cominciava, con il primo mandato di Tony Blair, il suo cammino. “Invaders must die” intitola e apre il disco dettando subito la linea: macerie e detriti sonori, sirene d’ambulanza e scenari postatomici percorsi da synth sibilanti, dardi sintetici, implacabili staffilate ritmiche. Musica da ghetto urbano, sempre e ancora ostinatamente underground con un’aria gelida da fantascienza che ogni tanto sconfina nel fumetto e nel videogame: perché anche quando fanno maledettamente sul serio i Prodigy non dimenticano (fortunatamente) il senso dell’humour e il gusto del paradosso. A prima vista, e al primo ascolto, l’album è un blocco granitico, un implacabile schiacciasassi con minime variazioni sul tema: il singolo “Omen” è un feroce, ronzante techno synth squarciato da una frase melodica che ricorda i Depeche Mode degli anni ‘80, “Thunder” vive di singhiozzi e ritmi spezzati, “Take me to the hospital” e “Warrior’s dance” di distorsioni e campionamenti vocali. Dave Grohl dei Foo Fighters presta a “Run with the wolves” braccia e muscoli con le sue percussioni “live”, mentre “Piranha” sembra fatta apposta per pogare (all’inferno?) e “World’s on fire” recupera addirittura la vecchia e classica “pianata house” dei bei tempi che furono. I Prodigy non cambiano strategia ma hanno aggiornato gli armamenti: l’effetto non è scioccante come dodici anni fa ma la potenza di fuoco, se possibile, si è amplificata: “undici nuove canzoni piene di dance/punk elettrico, rumore ed energia”, dice bene l’adesivo appiccicato in copertina. Nel loro implacabile frullatore i Furious Three macinano di tutto, ma dopo ascolti ripetuti rivelano orecchie attente e gusti più cosmopoliti di quanto si sarebbe portati a supporre. Campionano il ragamuffin’ e l’elettronica nordica (i finlandesi Pepe Deluxé), colonne sonore indiane e gruppi alt rock americani (Outlander, Breeders). Rielaborano una “canzone etiope per la pace” e proprio in chiusura sorprendono con un colpo spiazzante, inatteso: “Stand up” si aggrappa a una melodia contagiosa costruita sul sample di un vecchio hit 1969 della Manfred Mann’s Earth Band, “One way glass”, un inno all’unità e un invito ad alzarsi in piedi srotolato su un tappeto di fiati rhythm&blues. Un raggio di sole, finalmente. Poi leggi le note di copertine e scopri che Liam non dimentica di ringraziare moglie e figli. Anche gli hooligan del dance rock hanno un cuore, e tengono famiglia.
[..da RockOL..]
 
PS: Sopra, le copertine di "Invaders must die", il nuovo album; a destra "The fat of the land" il leggendario dancefloor di tutto l'underground mondiale. Nei video, rispettivamente, "Invaders must die" ed "Omen", i singoli di lancio, da sinistra a destra.
Ultimo aggiornamento ( Martedì 16 Febbraio 2010 09:09 )
Tape 6
Sabato 30 Gennaio 2010 13:32
Francesco Stefanelli
01 - Embrace, Fireworks 02 - Flaminio Maphia, Quelli che 03 - Smiths, Ask 04 - Stogees, Search and destroy 05 - Nicola Di Bari, La prima cosa bella 06 - Jimi Hendrix, Foxy lady 07 - Cat Stevens, The first cut is the deepest 08 - Beatles, I'm only sleeping 09 - Mraz, I'm yours 10 - Klaus Badelt, He's a pirate 11 - Baustelle, Cin cin 12 - Nicola Piovani, Life is beautiful 13 - Platters, Only you 14 - Pulp, Common people 15 - Lou Reed, Man of good fortune
Wazzup!
Sabato 23 Gennaio 2010 12:50
Francesco Stefanelli
E' una droga ormai.
Buon WE a tutti..!
Tarzan Boy
Giovedì 21 Gennaio 2010 13:47
Francesco Stefanelli
Eccolo lì il Maestro di "Citanò": fai appena a tempo a conoscerlo, t'insegna non solo uno sport, ma un nuovo modo di vedere la propria esistenza e..Lui che fa? Vi ricordate "Tarzan Boy"? La canzone non c'entra niente, ma il posto è quello: Baltimora per i prossimi 3 anni! Un vero colpaccio..E chissà che presto io e Pallì ti veniamo a trovare per virare-strambare-planare e quant'altro sull'Oceano Atlantico! In bocca al lupo per tutto Fra, a presto..;)

PS: Ce lo ricorderemo così, mentre ci guidava dalla canoa per imparare a portare il "Biccone" da 200 lt..Bella Fra! =)
Lavorare per il fisco
Martedì 19 Gennaio 2010 15:33
Francesco Stefanelli
“Lavoriamo per il fisco 4 ore al giorno” è lo sconsolato titolo che troviamo nella prima pagina del “Corriere della sera” in taglio basso. E il richiamo rimanda in realtà ad ampio servizio contenuto nelle pagine 14 e 15 dell’inserto del lunedì del quotidiano di via Solferino, “Corriere Economia”. In uno di essi si racconta che il “Tax freedom day”, cioè il giorno da cui iniziamo a lavorare per noi stessi e non per il fisco si è spostato in avanti di un’altra giornata passando dal 22 al 23 giugno. C’è poi alla pagina 15 di suddetto inserto un’intervista ad una new entry delle teste pensanti dei giorni nostri il combattivo presidente degli artigiani di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che spiega come “il federalismo può cambiare la partita”. Dalla copertina di “Italia oggi” si può invece prendere un’interessante notizia per le piccole e medie imprese: da oggi è in cantiere sul sito internet della Sose, cioè la società per gli studi di settore, un’immensa banca dati che coinvolgerà quasi 5 milioni di soggetti economici e che permetterà agli operatori del settore, e anche al fisco, di avere una miniera di dati economici tra cui quelli dei bilanci delle aziende. Il quotidiano di colore giallo si vende la cosa come miglioramento del servizio per l’impresa, ma il dubbio che invece alimenti il grande fratello fiscale di cui sopra è enorme. E il combinato disposto della notizia dell’avanzamento nel tempo della data in cui ci liberiamo dal fisco con quella propostaci oggi in prima da “Italia Oggi” non ha, come dire?, un effetto del tutto rassicurante. Il lunedì comunque si apre in questa terza settimana di gennaio del 2010 con due notizie fondamentali: “Il Papa e gli ebrei: dialoghiamo”, che si può prendere dalla apertura di prima del “Messaggero”, relativa alla visita di Benedetto XVI ieri pomeriggio in Sinagoga a Roma, e “Haiti linciati gli sciacalli - La situazione è disperata”, che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni e che risalta in apertura su “la Repubblica”. E giàcche siamo su questo giornale, prendiamo dal suo inserto economico del lunedì, l’apertura seguente: “America-Cina, il grande duello”. Dentro si da conto del fatto che Washington morde il freno, impone dazi e chiede la rivalutazione dello yuan, “moneta tortura” come viene definita in altro pezzo di prima del medesimo inserto. E l’articolo di Marcello De Cecco sostiene che tra yuan e dollaro sarà alla fine l’euro a rimetterci. Dal “Sole 24 ore” va segnalata un’apertura di prima che oggi non è così fuori squadra come tutti gli altri lunedì: infatti è sul fisco, più precisamente sulle “Proposte per un fisco semplice”. E con 1800 leggi e centinaia di tributi in vigore la cosa non è facilissima. Tanto che nel dorso “Norme e Tributi” si da anche conto dei problemi dei “professionisti” persi “nel labirinto degli obblighi anti riciclaggio”. Obblighi tutti teorici perché la mafia si fa beffe di queste burocrazie. Quale invece potrebbe essere l’uovo di Colombo nella lotta alla criminalità organizzata lo suggerisce oggi un grande reportage del “la Stampa” a pagina 17 che ci informa che Obama sta cambiando anche la guerra alla droga dopo averlo fatto con quella al terrorismo. Il concetto è semplice: legalizzare la marijuana e spendere meno soldi in inutili campagne di infiltrazione nei cartelli della coca colombiana e messicana che tanto sinora hanno prodotto solo morti ammazzati a decine di migliaia. Una guerra persa in partenza secondo gli esperti di Obama che vorrebbero chiudere l’era aperta da Nixon. Già 13 stati americani hanno legalizzato la marijuana terapeutica, che è un cavallo di Troia niente male per il consumo, visto che può essere prescritta anche per una generica “depressione”. In fondo uno dei grandi problemi mondiali è proprio questo immenso bancomat nelle mani delle mafie, dei cartelli degli stati produttori, degli stati canaglia come Iran e Afghanistan, degli eserciti privati come le Farc, per non parlare dell’Africa sub sahariana in mano ai trafficanti. Tagliare la testa al toro, cioè concentrarsi nella lotta all’industria mafiosa (come suggerisce l’esperto messicano Alberto Islas sentito dal cronista del quotidiano torinese), piuttosto che sull’ideologia di vietare il vizio, potrebbe essere la carta vincente come lo fu con il proibizionismo alcoolico. E con le tasse sulla vendita di alcune sostanze legalizzate, di certo non più pericolose di quelle che già si vendono in farmacia o nei negozi di liquori, qualche paese ci potrebbe anche risanare il bilancio a spese delle mafie. Per non parlare delle carceri che verrebbero svuotate da consumatori e piccoli delinquenti dediti allo spaccio cittadino che dovrebbero andare a trovarsi finalmente un lavoro onesto. Solo in Italia ne uscirebbero circa 30 mila e in prospettiva sarebbero tutti clienti e manovalanza strappati a un imprenditore, quello mafioso, che finalmente potrebbe conoscere il concetto di fallimento. Concetto che finora ha sempre ignorato anche in tempi di crisi come questo. Per chiudere prendiamo dal “Corriere” a pagina 11 il seguente titolo: “Craxi, tre ministri contro i giudici”. Si tratta di un articolo relativo alle commemorazioni ad Hammammett del decennale dalla morte di Bettino Craxi in esilio e alle dichiarazioni in materia di Frattini, Brunetta e Sacconi. Prevedibili polemiche di ritorno. Da ultimo, ma non per importanza, segnaliamo l’apertura del “Giornale”, “Ecco al mappa dei giudici fannulloni”, con ampi servizi nelle pagine 2 e 3. In realtà si trattava della mappatura ideata dall’ex Guardasigilli Roberto Castelli per controllare l’efficienza dei singoli uffici giudiziari. Peccato che il piano sembra non essere piaciuto ai magistrati della Corte dei Conti che anzi lo hanno giudicato uno spreco condannando lo stesso Castelli a risarcire lo stato. Ricorda tanto la favola di Pinocchio e l’episodio di Mangiafuoco che lo fa arrestare dai gendarmi.
[tratto da Economy]
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