Erano le 11. Erano le 11 e scoprii quanto gelido potesse essere il proprio respiro; montai in macchina con mio padre nel silenzio di una mattina dov'era già tutto scritto, si sentiva il fruscio delle foglie, il sole si affacciava nell'auto e mi rimaneva incollato in mente quello squillo di telefono che prima o poi si sapeva arrivasse. Continuava a suonarmi nel cervello, come un martello inesorabile, spietato, per dieci cazzo di kilometri. Esistette solo il motore, il cambio, qualche buca. Non osai parlare. Non osai alzare il mio sguardo. Quando arrivai, fu tardi, lo è sempre, del resto; io non lo so cosa è meglio adesso, forse è stato meglio così, forse no, so solo che mi venne un gran mal di testa: vidi un po' di gente, mi passarono quasi 25 anni davanti e non seppi cosa dire, avevo soltanto una gran voglia di starmene per conto mio, magari mi sarei acceso una sigaretta, ma non lo feci. E' che, in quelle situazioni, ti viene d'un tratto da pensare, ti assenti mentre un fiume di inutili parole ti scivola addosso; si accende solo un film di ricordi, emozioni, sensazioni, odori: per me non esistono, nè allora, nè oggi nè mai, celebrazioni d'obbligo particolari. Il ricordo è qualcosa d'intimo, di quotidiano, d'immateriale; è "l'ordine delle cose", ma faceva male e faceva freddo lì in balcone, mentre guardavo i tetti dei palazzi di fronte e pensavo al mio cognome, agli occhi di mio padre, al tuo sorriso di quella mattina di fine Luglio, mentre adesso, davanti a me, è inverno.
Antonio, l'america, la bici, la musica, i valori, la famiglia. Il tuo nome "sa d'ardito", Ariosto descrisse il tuo sguardo ed il tuo fare. Tipo tosto in salita, pensavano di te; leale sempre, generoso ed onesto.

"Continua, non fermarti, è ancora lunga per arrivare su"; "A che punto siamo?". "Nemmeno alla metà, tra breve arriva il muro; fossi allenato come lo ero allora, t'avrei lasciato qui su due piedi..Il muro me lo mangiavo"; "Sta a vedere.."; [..]; "SI! Continua, continua, continua sui pedali, non fermarti..Dai, dai! E' qui che si vede tutto! A me la pianura non mi è mai piaciuta!". Quell'estate, il vento passava caldo tra i capelli e le gocce di sudore, in quella salita, mi bagnavano gli occhi; me li asciugai col braccio e mi rialzai in piedi, sui pedali, per affrontare il muro: mi voltai per vedere quanto ero andato avanti e l'osservai un istante, quanto basta per ricordarne il sorriso, quel sorriso che, nemmeno oggi, mi è possibile dimenticare. Erano le 11.
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