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La vera storia del buco di JP Morgan

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La vera storia del buco di JPMorgan

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano Zona Euro

Non è ancora chiara la dinamica della enorme perdita, stimata parzialmente a due miliardi di dollari, prodottasi nella struttura londinese di JPMorgan nota come Chief Investment Office (CIO) tra la fine del primo trimestre e la precipitosa conferenza stampa convocata dal dominus della banca, Jamie Dimon, pochi giorni addietro. Le ipotesi sono diverse, tutte verosimili. Si è parlato (lo ha fatto lo stesso Dimon) di incaute operazioni di “copertura”, ma pare evidente che di copertura non si trattasse.

Intanto, il CIO ha come missione istituzionale quella di impiegare ed ottimizzare le eccedenze di depositi sugli impieghi. In condizioni normali, dovrebbe trattarsi di impieghi temporanei, con alto turnover di posizioni e proprio per questo motivo a basso rischio e rendimento. Pare invece (il condizionale è e resterà d’obbligo ancora per molto tempo, in questa vicenda) che Dimon abbia dato un preciso mandato alla struttura in direzione di divenire un vero e proprio centro di profitto. Delle operazioni effettuate dal trader francese Bruno Iksil sotto il comando della responsabile del CIO, Ina Drew, si è ipotizzato potessero essere del basis trading, in cui è stata venduta protezione su un indice di credit default swap e si è venduto un paniere di obbligazioni societarie, per scommettere sul restringimento del differenziale tra i due spread. L’operazione pare aver coinvolto un capitale nozionale di 100 miliardi di dollari, il che indica un massiccio ricorso alla leva finanziaria, cioè al debito.

Ci sono poi ipotesi che possa essersi trattato di una sorta di calendar spread, in cui si vende protezione su un indice e se ne compra su un altro, di scadenza differente, per scommettere sulla inclinazione della curva di credito. Dal mese di marzo, inoltre, sappiamo che molti trader su derivati di credito avevano fatto giungere alla stampa specializzata il proprio malumore per un accumulo di posizioni da parte di Iksil che rischiava di alterare il mercato, e creare condizioni di potenziale cornering. Ma è un fatto che, quando si cerca di controllare un mercato acquisendone ampia parte, si finisce anche col modificarne profondamente le condizioni di liquidità, mettendo a grave rischio la possibilità di eseguire l’operazione di segno opposto (unwinding).

Ma queste sono cose risapute, sarebbe sconcertante dover scoprire che un trader esporto come Iksil (che ha circa quarant’anni) e la sua responsabile Drew (che è del 1956) ignorassero queste basilari norme di condotta del trading. Gli stessi modelli di controllo del rischio tendono infatti ad essere demoliti al verificarsi di alterazioni della liquidità dei mercati. E’ la regola eterna che ha messo in ginocchio molti brillanti rocket scientist quantitativi, a partire dai giorni del Long Term Capital Management, l’hedge fund dei premi Nobel nel cui consiglio di amministrazione sedevano Myron ScholesRobert Merton (e dove ha lavorato la stessa Ina Drew), che nel 1998 cadde rovinosamente proprio perché cercò di eseguire arbitraggi statistici con alta leva finanziaria di fatto ignorando la variabile liquidità, e che fu salvato da un pool di investitori-creditori orchestrato dalla Fed di Alan Greenspan, che evitò anche il panico sui mercati iniettando liquidità, in quello che probabilmente fu il primo (e certamente il più eclatante) episodio di bailout di una entità too big to fail.

E proprio le apparenti similitudini, ed il fatto che quasi quindici anni siano passati invano, tra un tentativo di regolazione e l’altro, sono destinate a mettere sul banco degli imputati lo “smart guy” Dimon, l’uomo che era fin qui riuscito ad evitare una legislazione più occhiuta sull’attività delle banche globali, attivamente coadiuvato in questo dal fatto che Wall Street ha a libro paga un impressionante numero di congressmen, soprattutto tra le file Repubblicane.

Altro aspetto eclatante è il fatto che Dimon sieda nel consiglio di amministrazione della Fed di New York: quella che, guidata dall’attuale segretario al Tesoro, Timothy Geithner, ha gestito il salvataggio del sistema finanziario americano all’indomani del crack di Lehman. Qualcosa su cui riflettere, per l’abnorme conflitto d’interesse che ciò implica, e che mette a nudo la natura ormai scopertamente oligarchica ed autoreferenziale del capitalismo finanziario statunitense, quanto e più dei guasti ottenuti in passato con l’abrogazione del Glass-Steagall Act, che ha consentito alle banche commerciali di entrare nell’investment banking, o del Commodity Futures Modernization Act del 2000, che ha deregolamentato i derivati non quotati (over the counter, OTC).

Ed infatti qualche isolata voce comincia a farsi sentire: il senatore indipendente del Vermont, Bernie Sanders, che ha chiesto l’esclusione di Dimon dal board della Fed di New York, aggiungendo la propria flebile voce a quella della “bestia nera” di Wall Street, Elizabeth Warren, giurista e candidata Democratica al Senato in Massachusetts alle elezioni del prossimo novembre, già presidente del panel del Congresso preposto al monitoraggio delle applicazione dell’Emergency Economic Stabilization Act del 2008, la legge che ha gestito l’uscita del sistema finanziario americano dalla crisi del 2008. Elizabeth Warren era considerata la candidata naturale alla guida del Consumer Financial Protection Bureau, l’agenzia federale che avrebbe dovuto tutelare i risparmiatori, voluta da Obama ma finora affossata dall’ostruzionismo Repubblicano. Ma, anche prima di questo esito, l’ostilità di Tim Geithner (che è il referente del Big Money americano) aveva impedito ad Obama di designare la Warren alla guida dell’agenzia. Tutto si tiene.

La legge Dodd-Frank, che dovrebbe limitare gli eccessi della debordante “innovazione” finanziaria statunitense è nata morta, ma questo non lo scopriamo oggi. Le grandi banche riescono comunque ad aggirare lo spirito delle norme, pur salvaguardandone la lettera, proprio in virtù del carattere estremamente “liquido” dell’attività finanziaria, che poco e nulla si presta ad essere regolata. Ma potrebbe esserci un aspetto ancora più inquietante, nel ripetersi di vicende come questa: l’eccesso di presunzione di controllo e comprensione della propria operatività da parte dei vertici delle banche. Delle due, l’una: o Dimon ha deliberatamente mentito ai regolatore ed al pubblico settimane addietro, quando negava che vi fossero problemi al CIO londinese; oppure non sapeva, né lui né i suoi collaboratori, che la banca stesse assumendo un rischio di questa magnitudine. Nell’uno e nell’altro caso, c’è di che essere inquieti.

fonte: Epistemes

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Gerontocrazia

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Non c'è da lamentarsi-stupirsi dell'esodo dei giovani altrove.
Ci penseranno le badanti.

Dal Corriere della Sera

La classe dirigente italiana ha 59 anni
È la più vecchia dell'Unione Europea

L'allarme di Coldiretti: andranno in pensione prima
di sconfiggere la crisi. Nella scuola i più vecchi al mondo

 

Giorgio Napolitano con il Presidente del Consiglio Mario Monti e il suo Governo il giorno dell'insediamento (LaPresse/Scrobogna)Giorgio Napolitano con il Presidente del Consiglio Mario Monti e il suo Governo il giorno dell'insediamento (LaPresse/Scrobogna)

MILANO - La classe dirigente italiana impegnata nelle politica, nell'economia e nella pubblica amministrazione ha una età media di 59 anni, la più alta tra tutti i Paesi Europei (guarda). È quanto emerge dal primo report sull'età media della classe dirigente italiana nel tempo della crisi, presentato nel corso dell'Assemblea dei giovani della Coldiretti e realizzato in collaborazione con l'Università della Calabria. «La maggioranza della classe dirigente attuale andrà probabilmente in pensione prima che la crisi sia superata, anche se si tiene conto della riforma del Ministro del Lavoro Elsa Fornero», ha ironizzato il delegato nazionale dei giovani della Coldiretti Vittorio Sangiorgio nel sottolineare che «la disoccupazione giovanile record non è solo un problema familiare e sociale, ma provoca anche un invecchiamento della classe dirigente italiana che deve affrontare la crisi con il Paese che sta rinunciando a energie e risorse fondamentali per la crescita».

BANCHE COME I VESCOVI - A conquistare il triste primato dell'anzianità nel momento economicamente più difficile per l'Italia dal dopoguerra sono - sottolinea la Coldiretti - le banche che hanno una età media degli amministratori delegati e dei presidenti di circa 67 anni, pari addirittura a quella dei Vescovi italiani in carica. Nelle istituzioni, tra i parlamentari l'età media dei senatori è di 57 anni e quella dei deputati 54. Ancora più alta è l'età media dei ministri del Governo guidato da Mario Monti: 64 anni. Nelle ultime 3 legislature sono stati eletti soltanto 2 under 30 su circa 2500 deputati, anche se il peso dei 25-29enni è pari a circa il 28 per cento della popolazione eleggibile (con più di 25 anni). Attualmente - precisa la Coldiretti - solo un deputato su 630 ha meno di 30 anni e appena 47 sono quelli under 40 mentre quelli over 60 anni sono 157. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha 69 anni e i ministri più giovani, Renato Balduzzi e Filippo Patroni Griffi, hanno 57 anni. In Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50.

MEGLIO IL PRIVATO - Il problema della burocrazia è forse quello che più colpisce cittadini e imprese che lamentano spesso la disattenzione nei confronti delle nuove tecnologie che potrebbero portare più efficienza o snellimento delle procedure. Forse non è un caso che - sostiene la Coldiretti - l'età media dei direttori generali della pubblica amministrazione è di 57 anni mentre, se si guarda alle aziende partecipate statali, l'età media - precisa la Coldiretti - sale a ben 61 anni. La situazione migliora nelle imprese private, anche se rimane drammatico il confronto con l'estero: l'età media degli amministratori delegati delle aziende quotate in Borsa a Milano è di 53 anni.

SCUOLA PIÙ VECCHIA AL MONDO - A preoccupare particolarmente - continua la Coldiretti - è il mondo della formazione con i professori universitari italiani che hanno una media di 63 anni, i più anziani del mondo industrializzato. Un quarto dei professori che ha più di 60 anni contro poco più del 10 per cento in Francia e Spagna e l'8 per cento in Gran Bretagna. Sono solo 3 su 16 mila circa i professori ordinari con meno di 35 anni e appena 78 quelli under 40, pari ad un peso dello 0,5 per cento.

 

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Soli nel Mondo

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Eugenio..! Dal suo Blog.

SOLI NEL MONDO


L'idea di una grande Europa unita da una moneta in comune si profuse dalla consapevolezza che nel medio/lungo termine ogni nazione europea non avrebbe potuto competere da sola nel mondo, venendo schiacciata tra l'egemonia statunitense e la nuova locomotiva asiatica. Quando venne concepito l'euro pertanto ci si focalizzò solo su come difendersi e non su come attaccare con la logica che prevenire è meglio che curare. Oggi vediamo quotidianamente le conseguenze di questo modus operandi al tempo tanto razionale quanto folle. L'ansia continua che suscita la infinita vicenda greca (o tragedia nel vero senso del termine) ci porta a reagire con emotività respingendo sia l'idea di Europa unita che soprattutto la sua aberrante creatura. Tutti odiamo l'euro, per quello che ci ha provocato e per quello che ci sta facendo patire.

Ricevo continuamente in questi giorni domande su che cosa e come ci si può proteggere nel qual caso si ritorni alla lira o nel qual caso la Grecia sia espulsa dall'Europa. Mi spiace dirvi che non esiste un safe heaven ovvero non esiste un cassetto sicuro: oro, immobili, governativi, valute estere, obbligazioni strutturate. Tutti inglobano una percentuale di rischio, tutti sono positivamente correlati: ad esempio l'oro dovrebbe essere già a 2.500 dollari l'oncia con quanto sta accadendo, invece sta continuamente correggendo dai massimi dello scorso anno (in questo momento quota 1550). Purtroppo da soli nel mondo non ci possiamo stare: né noi italiani, né i germanesi e né i greci, non parliamo dopo dei francesi. Sarebbe confortante ritornare e ripristinare la propria sovranità monetaria, ma temo che non sarà possibile a meno di un conflitto civile. L'establishment finanziario o per dire l'oligarchia finanziaria che ci ha imposto il commissariamento con Mario Monti non lo permetterà mai.

Vedete dieci anni fa all'interno del G7 il peso delle economie occidentali arrivava a oltre il 75%, tra dieci anni sarà meno del 40% e questo deve rappresentare il dato principe per far capire che il mondo sta invertendo la polarità, ma non quella geomagnetica come ci vuole far credere il Calendario Maya, quanto piuttosto quella geoeconomica, con l'Asia che ritorna a riprendersi il ruolo che la storia millenaria gli ha sempre riconosciuto: quello di regina degli scambi e del commercio internazionale (pensiamo a Marco Polo). In questo prossimo contesto combattere da soli con una popolazione europea sempre più vecchia e con fonti di energia fossile ridicole significa perdere ancora prima di iniziare la competizione. Al momento la Grecia sta alimentando la teoria del “who is the next” ovvero chi sarà il prossimo se la repubblica ellenica se ne dovesse andare dall'Unione Europea: questa eventualità aprirebbe il peggio scenario per tutti noi europei, andando a minare quelle poche certezze che ancora diamo per scontato (risparmio, titoli di stato e pensioni).

Oggi paghiamo sicuramente una discutibile fase di determinazione dei rapporti di cambio tra l'euro e le precedenti divise (qualcuno ci ha guadagnato e qualcun'altro ha comprato la vasellina), tuttavia l'errore sostanziale è stato commesso proprio da quasi tutti gli stati aderenti al progetto comunitario. Un errore sul piano istituzionale nella governance economica concretizzatosi in un ritardo continuo e vistoso nell'apportare quelle riforme atte a far metabolizzare con maggior consenso sia l'euro che la sua valenza. Le nazioni europee odiano l'euro, l'austerity che impone e i sacrifici che ne scaturiscono in quanto  percepiscono il tutto come una grande supposta di antibiotico. Manca purtroppo, causa mediocrità e gelosia politica, tanto italiana, germanese, francese e greca, la capacità di vederlo ed usarlo anche come un formidabile coadiuvante multivitaminico. Nessuna forza politica ha mai puntato a far emergere le grandi potenzialità sia difensive che propulsive che potrebbe avere l'euro se opportunamente utilizzato come strumento di politica socioeconomica.

 

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I diversi

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Articolo segnalato da un mio amico fuggito negli US. Da tenere a mente.

Perché la Lega fa orrore

Umberto Eco

"Gli italiani si stanno scandalizzando per quattro diamanti e un paio di diplomi albanesi. Ma i veri motivi per cui disprezzare il partito di Bossi erano e sono molto più gravi. E non bisogna dimenticarlo. Mai.



Il lettore che, in una grigia mattina di questo maggio piovoso, trovasse, abbandonato in treno e mancante della copertina e delle prime pagine questo libro (romanzo?) di Furio Colombo, si chiederebbe perché l'autore si sia rimesso a fare Dickens, coi suoi ragazzini macilenti esposti a feroci punizioni corporali, voglia rievocare le vicissitudini del povero Remy di "Senza famiglia" nella tana del signor Garofoli, abbia scopiazzato le vicende dei "boveri negri" dell'ormai insopportabile "Capanna dello zio Tom" o, peggio ancora, si sia ridotto a presentare come attuali le storie del profondo sud americano ai tempi di Wallace, in cui le "bovere negre, sì badrone" venivano sbattute giù dai trasporti pubblici. Evvia, caro Colombo, viviamo in altri tempi - per fortuna!

Il nostro lettore proverebbe però un moto di sorpresa se poi ritrovasse il libro completo di copertina e prefazione, vedesse che è intitolato "Contro la Lega" (Laterza, per soli 9 euro tanti orrori da far impallidire Stephen King) e non contiene storie inventate bensì un puntiglioso resoconto di episodi di razzismo e persecuzione perpetrati in vari comuni amministrati dal noto partito. Sono episodi che Colombo in quanto deputato ha cercato spesso di denunciare in parlamento ricevendo una volta, dal deputato leghista Brigandì, come motivata contro-argomentazione, "Faccia da culo!" (sic).

In questo malauguratamente non-romanzo si racconta "una storia italiana, dove carabinieri e vigili urbani distruggono con le ruspe i campi nomadi, tra le due e le tre del mattino, terrorizzando i bambini" e dove a scuola i bambini sinti, anche se cittadini italiani, sono assegnati a classi separate e - come i bambini stranieri - restano a digiuno all'ora della mensa scolastica. Il libro comincia con la storia della famiglia Karis. Il padre, cittadino italiano da generazioni, viveva a Chiari facendo il ferrivecchi. Un'improvvida amministrazione di centro sinistra gli aveva assegnato un prefabbricato di tre stanze ma la successiva amministrazione padana nel 2004 (sindaco il senatore Mazzatorta) si era ripreso il terreno perché "era cambiato il piano regolatore": la casa dei Karis veniva abbattuta, il comune cancellava la residenza, i bambini non potevano più andare a scuola e l'intera famiglia si riduceva a vivere in una roulotte. Così che di fronte a questo inaccettabile caso di nomadismo i vigili urbani battevano nottetempo con mazze di ferro sul veicolo se il padre si era fermato per riposo o per fare pipì.

Ma il libro parla di ogni genere di extra comunitari. A Termoli i vigili urbani acciuffano un ambulante del Bangladesh, lo picchiano e lo rinchiudono nel portabagagli dell'auto di servizio. A Parma vigili urbani in borghese prendono Emanuel Bonsu, giovane nero che stava recandosi alla scuola serale, lo riempiono di botte e solo più tardi si accorgono che non spacciava affatto droga come avevano sospettato. Su un autobus di Varese un quattordicenne ordina a una coetanea con il velo di lasciargli il posto sull'autobus, la ragazza resiste, e lui e i suoi compagni la prendono a calci e a pugni. A Bergamo su un autobus una passeggera grida che le hanno rubato il cellulare, il controllore decide che il ladro non può essere che un ragazzo di colore, l'autobus viene fermato, il ragazzo spogliato nudo, il cellulare non viene fuori (evidentemente il ladro era un altro), ma gli trovano indosso settanta euro e il controllore sequestra la somma e la signora, grata, l'incassa come risarcimento.

Siamo appena a pagina 11 di questo non-romanzo e i capitoli seguenti spaziano delle sevizie subite in Libia da disperati che militari italiani hanno fermato in mare e restituito agli aguzzini di Gheddafi, alle accuse di "nasone" a Gad Lerner, in un crescendo di piacevoli e romanzesche atrocità.

E' curioso che gli italiani si stiano scandalizzando per quattro diamanti e due o tre diplomi a pagamento (caso mai laurearsi in Albania non è forse indice di scarso razzismo?) mentre da anni accettano che avvengano tutte queste cose, che il libro asciuttamente racconta."

da l'Espresso
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Ultimo aggiornamento Domenica 13 Maggio 2012
 

Il cervello non è un..PIL!

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[Cit. "Il cervello non è un braccio", noto proverbio del centro-Italia]

Una moda che sta spopolando nel Far East, in Cina; in rete si diceva fosse un fake: io ci speravo, ma non ci credevo.
Fino a che oggi, un mio amico che sa quanto io tenga alle mie due tartarughe di ormai 17 e 18 anni, non mi passa il video che pubblico. Purtroppo, se si fa un giro rapido su internet, si scopre che di fake C'E' SOLO IL CERVELLO DI CHI HA IL CORAGGIO DI PENSARE SIMILI TROVATE.

Sarà un caso, un mese fa, un ragazzo in Cina si è tolto un rene per comprarsi iPhone ed iPad: io, da parte mia, spero che l'iPhone gli cada nel WC e l'iPad si fulmini in tempo zero.
Poi vediamo cosa si fa togliere per rimediare al danno.

Ma attenzione, siamo in recessione.
Ohibò!
Valori di una cultura di civiltà maturata in 2000 anni, diritti umani conquistati col sangue, cultura: roba che non si quota in Borsa.
Roba che non si compra.

Si conquista.

 

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A lezione di Storia

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Da Linkiesta, un articolo che ripercorre analogie da un centinaio di anni fa ad oggi.
Che ne pensate?

L’ascesa dei nazisti in Grecia ricorda la fine di Weimar?

Edoardo Petti

La crisi economica, il populismo, la vittoria degli estremisti, e soprattuto l’ingresso per la prima volta in Parlamento di una forza apertamente neonazista, riportano alla memoria un infausto precedente. Ne parliamo con un politologo e due storici, in disaccordo tra loro: Gian Enrico Rusconi, Giorgio Galli e Emilio Gentile.

I sostenitori di Alba Dorata, il partito nazional socialista greco (Afp)

Grecia, 6 maggio 2012. La patria della democrazia va al voto anticipato per trovare una via di uscita alla catastrofe che sta devastando il suo tessuto economico e sociale. Ma le urne sconvolgono il panorama politico, determinando il crollo delle forze protagoniste della rinascita del paese nel 1974, alternatesi al governo per oltre trent’anni in una logica bipartitica. Il Parlamento che nasce dalle elezioni è frammentato e incapace di dare vita a un esecutivo efficace, forte, duraturo. A prevalere è l’estremismo, il populismo, il massimalismo, le fratture ideologiche. Sul versante progressista il predominio del Pasok lascia lo spazio alla radicalizzazione tra gruppi gelosi della propria identità, primi fra tutti i comunisti duri e puri del Kke. Mentre per la prima volta fa ingresso con il 7 per cento dei voti una forza apertamente neo-nazista, che minaccia i “traditori della nazione”, propone il pugno di ferro contro gli immigrati e chiede di minare le frontiere greco-turche. E nella popolazione stremata dalla crisi e dai sacrifici imposti dalle autorità internazionali si fa strada l’avversione contro l’Europa “matrigna e feroce”.

Germania, 20 maggio 1928. Crollate le speranze della democrazia di Weimar, un paese in preda alla spirale inflazionistica e alla disoccupazione generalizzata, soffocato dalle clausole del Trattato di Versailles imposto dagli Stati vincitori del primo conflitto mondiale, va a votare dopo l’ennesimo scioglimento anticipato del Reichstag alla disperata ricerca di stabilità. Il risultato del voto acuisce una crisi politica e istituzionale endemica. Conservatori e socialdemocratici vengono ridimensionati e non sono più in grado di governare autonomamente. Aumentano i propri suffragi i comunisti legati all’Unione Sovietica, e nel magma dell’estrema destra acquistano visibilità i nazionalsocialisti di Adolf Hitler, mediocre caporale e pittore fallito con velleità golpiste, che entrano in Parlamento con il 2,6 per cento. In quel Parlamento frantumato anche grazie alla legge elettorale proporzionale, prende avvio un’avanzata inarrestabile che appena cinque anni più tardi porterà la Nsdap a sfiorare il 44 per cento dei voti, proiettando il suo capo alla Cancelleria.

All’indomani del voto che ha terremotato il panorama politico greco, aumentano gli interrogativi sul futuro della democrazia ellenica, che vive oggi il suo momento più difficile dopo l’invasione tedesca e la Resistenza. Un orizzonte in cui si addensano ombre inquietanti, considerando le analogie con la fase cruciale della crisi della Germania weimariana, prima fra tutte l’affermazione dei fanatici di “Alba Dorata”, formazione che si richiama anche simbolicamente alle radici dell’esperienza hitleriana e i cui rappresentanti si definiscono “nazionalisti e socialisti”. Tuttavia sulla validità di un simile parallelo le analisi degli storici e dei politologi interpellati dal nostro quotidiano differiscono profondamente.

Un netto rifiuto della sostenibilità del confronto fra la realtà odierna della Grecia e la Germania di Weimar viene espresso da Gian Enrico Rusconi, docente di Scienza politica all’Università di Torino. A giudizio dello studioso, singoli elementi di somiglianza, come la polarizzazione dei partiti estremisti, l’impoverimento dei ceti medi, l’anti-europeismo diffuso, non eliminano un dato fondamentale: «La Germania era pur sempre virtualmente una grande potenza in un sistema internazionale basato sulle sovranità delle nazioni storiche, mentre oggi l’esistenza della Ue, delle Bce e di altre istituzioni vincolanti introduce novità inedite». E la ragione di fiducia, forse di speranza, per l’avvenire della democrazia più antica del pianeta, risiede nella presenza di simili organismi, «dai quali dovrebbe partire una reazione capace di evitare alla Grecia il tracollo che molti ipotizzano: reazione impensabile e impraticabile negli anni Trenta». Questo non vuol dire, puntualizza Rusconi, «che la Grecia non possa precipitare in un abisso, ma non ripeterebbe lo schema weimariano, anche se alcuni ingredienti sono simili».

Più problematico il ragionamento di Giorgio Galli, politologo dell’Università Statale di Milano, il quale mette in luce la differenza fondamentale tra le due realtà storiche, «soprattutto se l’attenzione degli osservatori si focalizza sull’exploit di Alba Dorata». Una formazione di dimensioni ridotte, spiega lo studioso, che non possiede la capacità dei nazionalsocialisti tedeschi di aggregazione di fronte alla crisi dei grandi partiti. Perché quel parallelo possa essere valido è necessario che si ripetano le dinamiche che portarono al disfacimento della Repubblica di Weimar: un aggravamento della crisi economica e una serie di scioglimenti anticipati del Parlamento con elezioni a catena, in cui i “socialisti nazionali” ellenici possano allargare progressivamente il proprio consenso. Non vi è dubbio, osserva Galli, che la frammentazione partitica e la paralisi istituzionale scaturite dalle urne costituiscano le condizioni favorevoli a una simile deriva. «La cui responsabilità non può essere individuata solo in un ceto dirigente ellenico inadeguato, ma deve essere ricercata nel comportamento miope e cinico dei governi europei e dei tecnocrati di Bruxelles».

Un punto su cui le consonanze tra epoche storiche distanti trovano più di una ragione. La Grecia, evidenzia il politologo, è stata colpita più di tutti dalla tempesta finanziaria del 2008, così come la Germania fu travolta dalla Grande depressione del 1929. E se Berlino venne punita in modo spietato dal Trattato di pace di Versailles, Atene è stata penalizzata oltre ogni ragionevolezza dai diktat della Troika Ue-Bce-Fmi e dalla strategia dell’asse Merkel-Sarkozy. I quali sapevano perfettamente che il ceto politico ellenico aveva falsificato i bilanci per entrare nell’Eurozona, ma allo scopo di difendere gli interessi delle banche e delle multinazionali francesi e tedesche detentrici di grandi quantità del debito greco non mossero un dito per opporsi. Salvo assolvere la propria coscienza attraverso l’imposizione di durissimi sacrifici per il salvataggio del paese, per cui era sufficiente un intervento tempestivo e limitato alle prime avvisaglie della crisi.

È possibile ora evitare il baratro e allontanare lo spettro di Weimar? A giudizio di Galli l’unica soluzione è in un atto di fantasia e di coraggio della classe dirigente greca per rinegoziare il debito e gli accordi internazionali: «È interesse di tutta l’Ue, visto che una fuoriuscita di Atene dalla moneta unica alimenterebbe una vasta speculazione contro il Vecchio Continente e contro l’euro». Lo studioso ritiene indispensabile che la sinistra radicale di Syriza, vincitrice del voto di domenica, formi e guidi al più presto un’alleanza di governo in grado di agire con autorevolezza in questa direzione, voluta dalla grande maggioranza degli elettori. «Ma è doveroso che il variegato universo della sinistra ellenica abbandoni ogni purezza ideologica e si liberi dalle illusioni massimaliste».

Un invito alla prudenza nell’ipotizzare paragoni “ambigui e forzati” viene da Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice e uno dei principali studiosi del fascismo e del totalitarismo. Per lo storico, le analogie tra due realtà e epoche molto lontane possono essere utili per comprendere le cause della crisi greca. A partire dalla gestione irresponsabile della finanza pubblica da parte di un ceto dirigente che ha favorito per anni una corsa alla spesa incontrollata e al disavanzo di bilancio. Una deriva aggravata dai riflessi della crisi economica globale, che ha prodotto la degradazione della vita sociale e l’impoverimento della classe media. E proprio come nella Germania di Weimar, puntualizza Gentile, l’architettura istituzionale imperniata su un meccanismo di voto proporzionale rende laboriosa la formazione di un governo forte di una solida maggioranza parlamentare, in grado di fronteggiare l’emergenza e di promuovere una svolta «Il multipartitismo esasperato che domina ad Atene finisce inevitabilmente per alimentare gli estremismi, incapaci di fornire risposte concrete al di là di slogan superficiali e rozzi».

Emblematica è la campagna di Alba Dorata contro “il complotto internazionale dei poteri forti a danno dell’identità ellenica”. Argomenti e linguaggio che riecheggiano il repertorio ideologico dei nazionalsocialisti, con alcune differenze significative: al posto degli ebrei nel mirino dell’estrema destra compaiono gli immigrati. Per Gentile tuttavia le analogie terminano qui. «Alba Dorata, fautrice di uno stato nazionale chiuso nelle proprie frontiere, non coltiva aspirazioni espansionistiche o militaristiche immaginando una Grande Grecia allargata alla Macedonia e all’Albania o in guerra con la Turchia. E sul versante opposto, il Kke non può contare sul riferimento all’Unione Sovietica, come i comunisti di Weimar». A rendere azzardato il parallelo storico è poi la diversità della cornice internazionale. «La Germania, ricorda Gentile, aveva subito durissime sanzioni come potenza sconfitta di un conflitto mondiale di cui era ritenuta responsabile. Berlino doveva pagare le riparazioni per i danni inferti con le sue aggressioni e occupazioni. Oggi l’Unione Europea impone sacrifici alla Grecia per aiutarla a risanare i suoi conti e uscire dalla crisi, così come fa con Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda».


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/grecia-alba-dorata-nazisti#ixzz1uSW4mVDO

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Pubblico Tabù

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L'immenso Benetazzo, dal suo sito, posta una articolo interessante circa un siparietto di ordinaria MAL-amministrazione pubblica.
Da leggere e condividere.

Ve lo dice un figlio di statali (che a loro volta APPROVEREBBERO IN PIENO)


CRONACHE DAL MAFICIPIO


Ho appena finito di ascoltare una testimonianza da parte di un lettore che mi ha telefonato per raccontarmi un episodio che più che curioso è vergognoso. Quest'ultimo ha partecipato di recente alle elezioni amministrative della sua città in qualità di presidente di seggio elettorale. Il compenso che gli è stato riconosciuto è poco meno di duecento euro per quanto riguarda il ruolo di responsabile della regolarità delle votazioni e dello scrutinio. Tuttavia gli deve essere riconosciuto anche un secondo onorario (di importo inferiore), di neanche cinquanta euro, per le operazioni di proclamazione del sindaco. Sostanzialmente i vari presidenti delle sezioni elettorali una volta terminato lo scrutinio di ogni sezione, si trovano in camera di consiglio senza gli scrutatori per effettuare il cumulo dei voti complessivi tra tutte le sezioni e nominare il nuovo consiglio comunale. Attenzione, perchè ora si ride: mentre per il primo operato si viene remunerati con un assegno circolare direttamente dalla tesoreria del comune il giorno stesso dello scrutinio, per il secondo apporto lavorativo (la proclamazione) si deve attendere svariati giorni (anche settimane in taluni casi).

Il caro lettore mi ha fatto presente della notifica che ha ricevuto nella cassetta postale da parte del messo comunale che lo esortava urgentemente a presentarsi presso l'ufficio notifiche quanto prima per ritirare un plico che lo riguardava. Non conoscendo questa procedura il poveruomo intimorito per l'altisonanza della missiva si recava il giorno successivo presso il maficipio della sua città per visionare il contenuto del misterioso plico. In quel contesto gli veniva consegnato un modulo di autocertificazione fiscale (contenuto del plico) necessario per procedere alla elaborazione del mandato di pagamento con il quale la tesoreria del maficipio avrebbe potuto nei giorni successivi avvisare la banca incaricata dei pagamenti comunali di predisporre il suo compenso spettantegli per la prestazione lavorativa erogata durante la fase di proclamazione del sindaco: totali Euro 38. A quel punto il nostro coraggioso lettore ha provveduto a dirigersi verso l'ufficio ragioneria del maficipio per consegnare il suddetto modulo compilato e richiedere che il pagamento fosse emesso con assegno circolare da inviarsi presso il suo indirizzo di residenza (al fine di risparmiarsi altre perdite di tempo per ridicole convocazioni con notifica da parte del messo comunale).
Il capo della ragioneria comunale con tono piuttosto seccato fa capire al nostro temerario lettore che questa modalità non rappresenta la prassi del maficipio per l'erogazione dei compensi e che al massimo può essere inviare una comunicazione via posta ordinaria per avvisare quando si potrà ritirare l'assegno circolare presso la tesoreria del comune (leggasi banca convenzionata), il tutto non prima di tre o quattro settimane, sempre che non si verifichino ritardi o incongruenze con la tesoreria o con i dati (autocertificazione) dallo stesso comunicati. Peppino Impastato definiva il municipio con il termine di maficipio volendo riferirsi ad esso come ad un'organizzazione di potere caratterizzata da alleanze e collaborazioni con funzionari dello stato, atte a controllare e dominare un territorio.  Ma non lo avete ancora capito di che cosa ha bisogno questo paese. Licenziare almeno un milione di dipendenti statali e parastatali: loro sono i veri parassiti della nazione, loro sono la casta intoccabile.

Mi auguro che questo governo (cosa impossibile) o quello che succederà intervenga per questa pulizia necessaria e tanto sospirata. Ci facciamo la lotta tra imprenditori e lavoratori dipendenti del settore privato per l'articolo 18, quando l'attenzione dovrebbe essere spostata tra chi lavora nel privato e chi nel pubblico. Se volete veramente rilanciare il paese, dovete mettere in condizioni di potere liberamente e spudoratamente lincenziare senza tanti complimenti (magari anche attraverso processi di feedback valutativo da parte degli stessi contribuenti) sul settore pubblico, puntando su uno sfoltimento veloce degli attuali 3,8 milioni di privilegiati italiani, i dipendenti statali e parastatali. In questo modo, ovvero abbassando velocemente il costo della macchina statale, è fattibile un abbassamento della pressione fiscale su tutti (persone fisiche e soprattutto imprese) stimato tra i dieci e quindi punti percentuali. Tutte le altre ipotesi o soluzioni non serviranno altro che a rallentare il declino e l'affondamento annunciato della nostra nazione. E adesso riprendete pure ad insultarmi.

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..Davvero?

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Il debito è composto di molte parti. Quello tra le banche centrali è uno dei meno noti, ma forse decisivi per spiegare perché gli Stati che più ci rimettono dalle ricette Ue siano così allineati alla Germania.

"il manifesto" è uno strano giornale e nella crisi che lo attanaglia mantiene sia lucidità che orribile confusione. Annegato in mezzo a innumerevoli spataffiate sui risultati elettorali c'è questa autentica perla di Gabriele Pastrello, che è andato a guardare i rapporti tra le banche centrali scoprendo che dal 2009 ad oggi il differenziale dei debiti reciproci è andato esplodendo a tutto vantaggio di Bundesbank. Che detta il "rigore" e la spremitura delle popolazioni altrui per esser sicura di "rientrare" dei crediti vantati (e gonfiati) grazie alle ricette che va imponendo ai governi europei. Un cerchio magico che sarebbe bene spezzare prima che finisca per travolgere tutti.

Un articolo (e un grafico) che andrebbero imparati a memoria e sbattuti in faccia al Giavazzi o all'Alesina di turno... Ma anche a Monti e Bersani, se capita l'occasione.

I governi europei allineati col rigore tedesco. Ecco perché
Obbedienza da debiti
Gabriele Pastrello
Il grafico mostra l'incredibile corsa dell'indebitamento delle banche centrali Piigs nei confronti di Bundesbank
È stata approvata di recente una modifica costituzionale che ha introdotto il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione nel più ferreo silenzio. Qualche mese fa la Germania ha vinto una guerra lampo facendo accettare senza resistenza da tutti i paesi dell'euro il fiscal compact, cioè l'obbligo di rientro dal deficit in breve tempo e, per soprammercato, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio per i paesi dell'euro.
Ci sono buone ragioni per questa egemonia. Tutte, o quasi, le dirigenze politiche europee condividono il dogma tedesco: «mai più inflazione». Tradotto: mai più politiche keynesiane di pieno impiego. I paesi in difficoltà: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna sentono la pressione dei mercati finanziari internazionali, la cui prima richiesta è sempre l'austerità per essere sicuri della solvibilità dei paesi debitori.
Questa acquiescenza così totale lascia perplessi, anche perché i mercati finanziari si stanno pentendo e pensano che troppa austerità li danneggi, così come troppa prodigalità. Ma forse il grafico pubblicato recentemente sul Financial Times (qui sopra) ci può aiutare a capire: le banche centrali dei paesi «Piigs» risultano pesantemente indebitate con la banca centrale tedesca, la Bundesbank, per un ammontare che è superiore a quello del fondo di salvataggio europeo che si sta approntando. Non solo, la cosa più importante è che questo indebitamento era trascurabile fino a metà del 2007, quando scoppia la crisi dei subprime; ed esplode dall'autunno del 2008, dopo la crisi finanziaria mondiale iniziata con il fallimento della Lehman Brothers. Per di più, l'Italia resta creditrice, addirittura in lieve aumento fino al 2009, per cominciare a calare nel 2010, e sprofondare nell'indebitamento nel 2011.
Per spiegare l'indebitamento bisogna ricordare che quando paghiamo qualcuno che ha il conto in BancaIntesa con un assegno - diciamo di Unicredit - l'assegno finisce nella camera di compensazione, dove si conteggiano i debiti e crediti reciproci delle due banche e il saldo viene liquidato trasferendo disponibilità in euro presso Bankitalia dalla banca debitrice alla banca creditrice. Più o meno accade anche tra banche centrali. Se un importatore greco importa dalla Germania, prima o poi può succedere che la banca centrale greca debba saldare il debito a quella tedesca, trasferendo disponibilità presso la Bce. D'altro lato, se un investitore tedesco acquista titoli di Stato greci, la strada viene percorsa in senso inverso, e le due partite si compensano. Inoltre, la banca tedesca creditrice poteva anche non presentare il conto alla Bce e limitarsi a girare il credito verso la banca greca ad altri; quindi evitando che sorgesse il debito della banca centrale greca. Evidentemente questo era successo fino al 2007.
Uno degli effetti delle crisi finanziarie del 2007 e 2008 è stato di congelare il credito interbancario; e quindi la terza via si chiude, e il debito dell'importatore greco passa alla banca centrale ellenica. Da quella data, inoltre, cresce la preoccupazione per la solvibilità di Atene e gli investitori non comprano titoli greci, o li comprano a prezzi stracciati; quindi anche la compensazione via afflusso di capitali viene meno. E si vede bene che questo accelera dal 2010, da quando cioè la Germania dice forte e chiaro che si opporrà al salvataggio europeo della Grecia. Quello che vale per Atene vale anche per gli altri paesi del gruppo. Un caso particolare è quello italiano. Le date indicano chiaramente la perdita di credibilità internazionale di Berlusconi, per cui nel 2011 crolliamo da paese creditore a paese indebitato quasi come la Spagna, contemporaneamente al peggioramento drammatico dello spread. La domanda s'impone: perché aumenta l'indebitamento, e cosa succederebbe se ne fosse richiesta la liquidazione? Primo, l'indebitamento cresce perché evidentemente tutti i paesi nominati o non sono in grado di liquidarlo, o preferiscono rinviarne la liquidazione. Secondo, se la Bundesbank ci presentasse il conto, dovremmo pagare con le nostre riserve valutarie o addirittura con oro.
Concludendo, non siamo solo indebitati con i mercati finanziari che detengono il nostro debito pubblico, ma la nostra banca centrale è indebitata con quella tedesca. Di fatto, la manovra Draghi ha consentito alle banche italiane di ricomprarsi parte del debito pubblico dagli investitori esteri. Ma il debito verso al banca centrale tedesca incombe, e con la bilancia commerciale in deficit non può che aumentare. E' questa la ragione della nostra docilità? Non sarà l'unica, ma certamente non è la meno importante.

Fonte: Il Manifesto

 

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